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Programma

Teatro Civile > E come potevamo noi cantare


PROGETTO TEATRO CIVILE
per l’Educazione alla Non-violenza e alla Pace




E COME POTEVAMO
NOI CANTARE

Quattro quadri:
la Guerra – il Lager – la Camorra – la Pace


dall’omonimo testo di Vincenzo Cutolo,
pubblicato dall’editore Oedipus di Milano/Salerno.





L’ Associazione EducaCi mette a disposizione delle scuole italiane sia il testo teatrale, sia l’esperienza del suo Gruppo Artistico, per eventuali spettacoli da destinare agli alunni, ai genitori e ai docenti.
Dal testo la nostra Associazione ha già realizzato uno spettacolo didattico, nell’anno 2006 - 07, per la scuola media statale “G. B. Tiepolo” di Milano.



Di seguito riportiamo il Programma dello spettacolo
e i testi dell’autore-regista e della critica



Lo spettacolo e i testi si ispirano a opere di
: R. Rossellini, Hildegard von Bingen, D. M.Turoldo, B. Brecht, S. Quasimodo, I. Silone,
P. Weiss, J. Lussu, P. Levi, R. Viviani, S. Di Giacomo, J. da Todi, P. Neruda, L. Tenco, N. Hikmet, M. L. King, A. Gatto,
L. Tien
Min.

L’immagine delle colombe, sul frontespizio, è tratta da un’opera dell’artista Umberto Gamba.


SPETTACOLO CIVILE, PER LA PACE

Q uello che presentiamo è uno spettacolo, costruito per frammenti. I testi sono versi, documenti d’archivio, brani “epici”, cultura popolare.
Ho immaginato, nello scrivere il testo, che fosse necessario offrire una lettura dei mali dell’uomo contemporaneo, degli orrori del ‘900. Ho scritto il libro durante la guerra del Kosovo, nella primavera del ’99. L’Europa, in questo ultimo mezzo secolo divenuta riferimento di pace e di speranza dopo i due terribili conflitti mondiali sollevatisi dal suo interno , aveva alle sue porte - alla fine del ‘900 - di nuovo la guerra.
Scrivendo il testo e raccogliendo alcuni “fiori” della poesia e del teatro mondiali, ho cercato di dare un contributo intellettuale per una lettura teatrale dei mali del ‘900. Ho immaginato che una figura simbolica della pace, San Francesco, quale emerge da un film di Roberto Rossellini, ritornasse sulla terra per assistere (attraverso un insieme di visioni, ossia attraverso il dono della "seconda vista" della concezione medievale) insieme a tre monaci agli orrori del ‘900.
I contenuti sono scanditi e racchiusi nei quattro titoli dei quadri: la Guerra, il Lager, la Camorra, la Pace.

Nel quadro della Guerra compaiono scene riprese da testi di Brecht, Quasimodo, Neruda e Silone. Nel quadro del Lager, incentrato sulla persecuzione ebraica (intesa come prevaricazione, intolleranza e razzismo) sono rintracciabili brani di Peter Weiss, la poesia di Joyce Lussu "Scarpette rosse" e la poesia "Se questo è un uomo" di Primo Levi. Il quadro sulla Camorra non indica soltanto la camorra napoletana, ma allude simbolicamente alla delinquenza organizzata che ormai avvolge come una piovra l’economia e spesso anche la politica mondiali. I riferimenti espliciti alla camorra napoletana (quali l’immagine della piovra, i testi della camorra classica, le regole dell’altro stato ,il giuramento di iniziazione del giovane camorrista) sono anche l’occasione per recuperare la bellezza del canto napoletano noto in tutto il mondo. È inclusa nel quadro della Camorra anche la poesia di Jacopone da Todi, nella quale è evocata la Vergine Maria che piange il Cristo morto, posta in analogia con il pianto della madre sul camorrista ucciso.
L’ultimo quadro dello spettacolo è quello della Pace, che si presenta come una apertura alla speranza. San Francesco, dopo aver assistito alle visioni delle ‘realtà da inferno dantesco’, sale sul palcoscenico e si mescola agli attori. Attraverso una canzone antimilitarista di Luigi Tenco e attraverso "La vie en rose" si giunge a mettere in evidenza un’attrice che reca in mano la colomba di Picasso, simbolo della pace estetico-figurativa dell’epoca contemporanea.
Alla fine la prospettiva della speranza e l’annuncio della pace rischiarano l’animo dello spettatore che, avendo vissuto l’orrore e la pietà nei primi tre quadri, giunge al momento della catarsi e può finalmente guardare a un nuovo secolo di pace, auguralmente fondato sui valori della tolleranza, del rispetto e della convivenza civile.
Lo spettacolo è un continuum: tra un quadro e l’altro non c’è soluzione di continuità, non c’è interruzione in atti. All’interno dei quattro quadri compaiono
immagini in diapositive (che hanno evitato di costruire suppellettili, oggetti, e hanno anche evitato di utilizzare strutture di scena). Con una scenografia decisamente "povera", nello spettacolo acquisiscono grande rilevanza sia la musica che gli attori.
Assai significativi sono i brani musicali. La canzone d’inizio è in latino: un canto pregregoriano di Hildegard von Bingen, una suora tedesca del Medioevo. Poi ci sono anche la canzone di Bertolt Brecht "
La Ballata del soldato morto", uno struggente canto ebraico che introduce il quadro del Lager, una serie di canzoni napoletane caratterizzanti il quadro della Camorra (da "Era de maggio", a "Canzonee sotto ‘o carcere", al "Canto delle lavandaie del Vomero"). Nell’ultimo quadro ci sono, infine, "E se ci diranno" di Luigi Tenco e la celebre canzone francese "La vie en rose".
Fra maschera e poesia, prosa e canzone, grido e gestualità, lo spettacolo è omaggio di speranza. Per chi sarà migliore, come canta Hikmet, “
di chi è nato dalla terra, dal ferro e dal fuoco”.

Vincenzo Cutolo



VISIONE ASCETICA, METAFORA DEL TEATRO


C
he la guerra perduri oltre i singoli atti di ostilità, è intuizione ben piu’ antica e, se possibile, ancor piu’ tremenda di quella di Walter Benjamin ("Che tutto 'continui così è la catastrofe. Essa non è ció che di volta in volta incombe, ma ció che di volta in volta è dato. Così Strindberg: ‘l’inferno non è qualcosa che ci attenda, bensì questa vita qui’ ”).
Ma per vedere il male, per portarne alla luce la permanenza intollerabile, occorre una vista lunga di profeti che consenta di perdersi nella visione mistica. Ebbene, mi pare che attorno a questa chiave interpretativa, in apparenza secondaria, laterale, Vincenzo Cutolo convochi i frammenti poetici e drammaturgici che compongono “E come potevamo noi cantare”.
Non a caso, la partitura si apre su una visione mistica ed è scandita da una semantica del vedere, dove l’esperienza estatica ( l’ «io vedo» del veggente ) e la testimonianza storica ( l’ «io ho visto» del sopravvissuto di Buchenwald) si confondono; per una coincidenza, nella lingua dei Greci ‘storia’, da istor, è legata etimologicamente all’atto di vedere. Protagonisti di un viaggio iniziatico, i piccoli attori ai quali si rivolgono le pagine del testo sono dunque chiamati a inscenare visioni e a rileggere, scena dopo scena, stazione dopo stazione, il Novecento.
A riaprirne le piaghe e a esplorarle, fissando “con fermo ciglio” le radici dell’orrore che ogni giorno si rinnova. E sono proprio la crucialità e la lucidità, sovente spietata, dello sguardo a fare di questa partitura un teatro al tempo stesso civile e visionario, immune dalle ipocrisie e dalle astrazioni del discorso pedagogico. Accennavo prima a un viaggio iniziatico: sarebbe forse più legittimo parlare di un ritorno doloroso ai padri, di un giudizio sulle loro colpe che fanno storia, che fanno la Storia. Ritorno che prelude a un distacco, a un’orfananza volontaria (“dimenticate i padri”, ammonisce Quasimodo), a un esilio da quelle appartenenze e da quelle tradizioni nelle quali, oggi come ieri, si annida la possibilità della barbarie: se davvero “nasceranno da noi uomini migliori”, essi saranno veggenti, nomadi, esuli. Sempre troppo randagi per legarsi a una patria, per consacrarle una vita. Per fare esperienza di estraneità, non c’è veicolo migliore del teatro, del lavoro dell’attore che in scena lotta contro sé stesso e, annullandosi, si sforza di coincidere con la maschera assegnatagli dal copione.
Come l’esperienza mistica, anche l’azione drammatica esige dunque la capacità di perdersi, di prendere le distanze da sé: di qui, si rivela ancora una volta profonda l’intuizione di Cutolo di fare della visione ascetica la metafora del teatro, la sintesi di quel che accade quando si entra in scena e si recita.
Fedele alla lezione brechtiana, uomo “di scena” e “di libro”, per usare una formula di Ferdinando Taviani, Vincenzo Cutolo persegue con la pazienza ostinata dei seminatori il progetto di un’educazione teatrale che emancipi e trasformi spettatori e attori, mobilitandone i sensi.

Gennaro Carillo



MISURA DEL DOLORE E DELLA SPERANZA


C’
è un pathos, nel libro, e c’è una misura del dolore e della speranza che è assai utile per i ragazzi, oggi tanto disorientati. È ottima cosa leggerlo non soltanto a scuola, ma attraverso la scuola metterlo in scena, in teatro.

Gaspare Barbiellini Amidei



MOSAICO PLURILINGUISTICO


L
a finzione scenica, nella quale anche i ragazzi sono spettatori, attori e protagonisti, si anima con quadri di esperienze vissute ai quattro angoli della terra e profondamente radicate nell’immaginario collettivo; la loro apparente diversità geografica, temporale e linguistica si traduce in comune afflato di sofferenza ma anche di fratellanza e di amore rigeneratore. Voglio sottolineare la presenza della musica in questo riuscito mosaico plurilinguistico: essa non è un semplice sfondo per atmosfere subliminali e di contorno; la scelta dei testi, grandi capolavori classici del pentagramma e della poesia, è perfettamente inserita nella dinamica comunicativa dell’opera; il loro autentico significato, grazie al sapiente montaggio artistico, viene fatto riemergere ed il messaggio che ne sgorga ridiventa limpido e catturante. Dalla mai dimenticata Napoli Cutolo non ricava scene oleografiche e stereotipate; essa viene vissuta, realisticamente, come perenne laboratorio di storia, di vita e di arte, in tutta la sua tragica complessità; dalla sofferenza per la devastante forza malefica della camorra, rappresentata con tratti di indiscutibile efficacia sotto il profilo drammatico e antropologico (ancora una volta è indovinatissimo il richiamo iniziale a un testo poetico musicale come punto di attacco per il successivo sviluppo narrativo) egli perviene,con sapiente identificazione di sentimenti e moti dell’animo popolare, ad una visione di fondata speranza, avvalendosi, in chiusura, di un altro capolavoro classico (“Era de maggio”), ugualmente radicato nella cultura popolare. Dai riferimenti a pezzi di storia e di autentico sentire dell’uomo in tutto il mondo, scaturisce l’amore come messaggio universale, che s’innalza fino alle vette del sacrificio estremo per manifestare tutta la sua insopprimibile energia palingenetica, in contrapposizione perenne al male ( “Figlio, figlio, figlio, amoroso giglio…” ).
L’amore come elemento consustanziale all’uomo che ridiventa consapevolezza dell’agire attraverso la luce portata dentro di noi dalla poesia e dall’attenta rivisitazione del passato e del presente. La guerra, il peggiore di tutti i mali, rappresenta l’offuscamento di questa consapevolezza, è il risultato di lenti scivolamenti verso il terreno viscido delle prevaricazioni e dell’ingiustizia, del potere fine a se stesso e dell’indifferenza per i bisogni dell’altro. La pace, se non vuole essere l’intervallo fra due guerre, va perseguita come riconquista dei valori del bene comune e come ripudio degli “idola mundi”.

Giuseppe Almoto



SCRITTURA SCENICA BRECHTIANA


C
on “E come potevamo noi cantare” Vincenzo Cutolo intende sottolineare, attraverso la rivisitazione di alcuni fenomeni deteriori della società contemporanea, in una sorta di climax ascendente (Guerra – Lager – Camorra – Pace), la vocazione al male che si cela nell’animo umano ed auspicare nel contempo una palingenesi, un rinnovamento dell‘umanità intera.
La Weltanschauung dell’autore è amara sì, nel senso che parte dalla constatazione della presenza, tuttora, di focolai di guerra in varie parti del mondo (alimentati da esasperati nazionalismi o da motivazioni di carattere religioso o etnico, e dalla recrudescenza della criminalità organizzata, che, come una piovra, lacera il tessuto della nostra società, stringendola in una morsa atroce), ma nello stesso tempo si apre a prospettive di speranza, le quali, pur essendo spesso deluse, tuttavia sono sempre risorgenti nell’animo dell’uomo.
Sensibile ai problemi sociali e attento osservatore della realtà, Cutolo delinea con tratti sicuri, essenziali, le mostruosità di un‘intera epoca, per cui il suo dramma non solo testimonia un atteggiamento di ferma denuncia, di convinta protesta nei riguardi di un mondo dominato per lo più dall‘ipocrisia e dall‘indifferenza, ma offre anche a piccoli e grandi spettatori lo spunto per riflettere su eventi di portata storica.
Egli si ispira, per la scrittura scenica, a Bertolt Brecht, e sulla scia del maestro costruisce storie che procedono a quadri piuttosto che ad atti, interrotti da filmati, canzoni, cartelloni, didascalie. Brechtiana è la suddivisione del dramma in quattro quadri, ciascuno dei quali relativo a un episodio importante della vicenda, e brechtiana è anche l’intenzione di trasportare lo spettatore su un piano non emotivo, ma razionale e riflessivo.
La scena è scarna, spoglia, priva di simboli, eppure in essa prende corpo improvvisamente - già dall’inizio - quel “carro di fuoco” che è presenza emblematica della spietatezza dell’uomo e che induce a riflettere sulle conseguenze materiali e morali che la guerra comporta.
C’è, sullo sfondo di un universo umano in cui prevalgono toni tragici, atmosfere cupe e azioni violente, un incontro tra passato e presente, su cui occorre meditare.
I primi due quadri (Guerra – Lager) sono dominati da un’atmosfera cupa, tragica, angosciante. In essi Cutolo denuncia la guerra e i suoi strumenti micidiali, nonché le aberrazioni cui essa può condurre: lo sterminio di un popolo per motivi eugenetici (toccante, tra le altre, è la rappresentazione di un bambino jugoslavo, Alik, che assiste impotente all’uccisione del fratello “per dare purezza al popolo”), la ferocia cui l‘uomo/aguzzino può arrivare e il martirio cui l‘uomo/vittima può essere sottoposto.
Il terzo quadro (Camorra) si riconnette ai primi due, per la rappresentazione dell’ “uomo disumanato” e della sua indifferenza nei confronti della vita umana,

ed è un’indagine sugli aspetti malavitosi della società contemporanea (di cui vengono analizzati non le cause storiche, ma i codici da rispettare) che si conclude con l’auspicio di un riscatto morale. Significativo, tra gli altri, è l’episodio del giovane che decide di vivere onestamente e non seguire le orme del padre camorrista, il quale - prima di morire ammazzato - lo aveva esortato a vendicarlo, altrimenti lo avrebbe maledetto dalla tomba.
Nel quarto e ultimo quadro (Pace), attraverso la partecipazione dei quattro frati e la cooperazione degli attori, l’autore dilata il suo discorso fino a ricostruire un microcosmo in cui, invitando gli uomini a non rassegnarsi, inneggia alla Pace, simboleggiata dalla colomba.
Per lo stile, il testo si avvale di un registro linguistico singolare. La lingua, infatti, nonostante l’adozione di linguaggi diversi (con l’inserimento del dialetto, di espressioni gergali e arcaismi) è immediata, essenziale, radicata nella quotidianità e ad essa è affidato l’arduo compito di descrivere situazioni ed esperienze tra le più drammatiche della nostra storia recente.

Giuseppe Anziano



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